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Riportando tutto a casa (Missione a Nairobi – 15/28 giugno 2019)

Condividiamo con piacere la testimonianza della dott.ssa Veronica Donnini, neuropsicologa dello sviluppo, partita in missione con Cittadinanza a giugno insieme al dr. Davide Filippi per effettuare le valutazioni cognitive, linguistiche e motorie sui bambini del centro diurno del centro Paolo’s Home (http://cittadinanza.org/progetti/nairobi/). Questa missione rientra nelle attività del progetto regionale “DESK-CUP n. E47B18000110009”.

 

“Dopo tre anni di attese e ripensamenti finalmente, nel febbraio 2019, capisco che è finalmente arrivato il momento di intraprendere questa avventura e di partire per questa fantastica esperienza. Era da tanto che avevo il desiderio di unirmi a Cittadinanza Onlus per la missione a Nairobi: le testimonianze della dott.ssa Valentina Graziosi prima e del dr. Davide Filippi poi, raccontateci in ANSvi (Accademia di Neuropsicologia dello Sviluppo) durante i centri clinici, avevano sempre mosso un forte interesse in me. Per cui ho deciso: grazie a Valentina ho conosciuto Alessandro Latini, direttore e project manager di Cittadinanza, che insieme a Davide mi ha introdotto al mondo di Cittadinanza e mi ha da subito trasmesso l’entusiasmo per la missione. Dopo vari scambi e telefonate con Davide, sia per preparare i materiali che per prepararmi emotivamente, è arrivato il giorno della partenza.

Una volta arrivati a Nairobi l’impatto è stato impressionante: già dalla strada che dall’aeroporto conduce a Shalom House ci si accorge della vivacità e del dinamismo di Nairobi. La vista di Kibera poi, un’immensa distesa di baracche di lamiera proprio davanti ai grattacieli della city, è un’immagine che lascia senza parole. La prima settimana a Kibera ho avuto la possibilità di fare quello che più amo: stare in contatto con i bambini e cercare di entrare nel loro mondo è infatti la cosa che mi affascina sempre di più. Sì, perché non si tratta di semplici valutazioni neuropsicologiche: si tratta di entrare in relazione con il bambino che hai davanti, di non spaventarlo, di fargli capire che di te si può fidare. La vicinanza e il supporto degli operatori di Paolo’s Home sono stati fondamentali, soprattutto la presenza di Caroline, che è rimasta con noi durante tutte le valutazioni. E ancora più entusiasmante è stato vedere come, dopo 3 anni, si mettesse in gioco per aiutarci nell’assessment di quei bambini che ancora non si aprivano totalmente a noi, ma che cercavano la rassicurazione della loro special teacher.

Il nostro compito era quello di valutare sia il pensiero e le competenze della mente, che gli aspetti comunicativi e linguistici, così da poter lasciare dei consigli di lavoro utili per il futuro. Insieme ai terapisti e alle special teachers abbiamo poi condiviso gli esiti delle valutazioni, cercando di suddividere i bambini in base alle loro competenze e alla gravità della loro disabilità; con grande piacere abbiamo suggerito l’inserimento a scuola di 4 dei 15 bambini del centro. Abbiamo osservato grandi progressi per molti di loro, indice del lavoro che viene fatto quotidianamente al centro diurno. Abbiamo inoltre condiviso alcuni suggerimenti di trattamento per i prossimi mesi accettate volentieri dagli operatori, che hanno dimostrato grande interesse e voglia di collaborazione. Il clima piacevole e di collaborazione si è consolidato il sabato, durante un ottimo pranzetto a casa di Bruna Sironi, la volontaria in loco di Cittadinanza Onlus, altra figura fondamentale nell’esperienza a Nairobi. Bruna ha una storia incredibile alle spalle e sa farti vivere mille avventure con i suoi racconti.

La seconda settimana è stata per me più “esplorativa”: insieme ad Alessandro e Bruna siamo andati a visitare alcune scuole per bambini con disabilità, così da conoscere le realtà intorno a Kibera e capire insieme agli operatori le possibilità che si prospettano per i bambini di Paolo’s Home in dimissione. Una delle esperienze che più mi ha colpita è stata ovviamente la visita alle baracche di Kibera: insieme a Concepta, assistente sociale di Paolo’s Home, siamo stati ospitati da due famiglie, che ci hanno aperto le porte di casa loro senza vergogna e ci hanno ospitato con semplicità e accoglienza. Le strade di Kibera, se strade si possono chiamare, sono lastre di fango e sassi, ricoperte di immondizia e liquami: gli odori che emanano sono fortissimi, non solo per l’olfatto ma anche per l’anima. L’idea che generazioni di bambini crescano esposti a quel fetore, spesso senza scarpe o senza un tetto, è una sensazione che ti fa riflettere sulla fortuna dell’essere nati “nella parte giusta del mondo”. Le due mamme che ci hanno ospitato ci hanno accolto in casa loro con l’immancabile “Karibu”, facendoci accomodare sul divanetto di casa e cercando di metterci a nostro agio. Ci hanno raccontato delle loro vite, del loro lavoro, di come cercano di sopravvivere. La cosa che mi ha colpito di più è stata la serenità con cui si raccontano, forse data dall’accettazione, o della consapevolezza che le cose non cambieranno. Niente lamentele, niente vittimismo…solo una descrizione di loro stesse, delle loro vite. Le emozioni si fanno più intense solo quando si chiede dove sono i papà, quasi sempre scappati via, lasciandole da sole a crescere i figli.

Altra esperienza che mi porto nel cuore è stato l’incontro con Joseph, l’ultimo giorno del mio viaggio. Joseph è un ragazzino di Little Rock, una scuola inclusiva di Kibera. Le insegnanti mi hanno chiesto se potevo fare una valutazione con lui, perché molto preoccupate. Appena ho incontrato Joseph sono io ad essermi spaventata: della sua educazione, della sua capacità comunicativa, del suo sguardo… Joseph è infatti un ragazzino con una grave disabilità fisica, che lo costringe a vivere in sedia a rotelle; ciononostante la sua mente è molto brillante, così come il suo lato emotivo. Joseph è infatti profondamente consapevole delle sue difficoltà ed è estremamente spaventato dal timore di dover dipendere per tutta la vita dagli altri. Alla domanda cosa vuoi fare da grande risponde “l’autista”, anche se sa che è solo un sogno… I suoi desideri si mescolano infatti alla sua consapevolezza, portandolo a vivere uno stato depressivo costante, che limita anche il suo appetito.

La mia speranza, arrivata alla fine di questa avventura, è quindi di poter tornare presto in mezzo a queste persone magnifiche incontrate nel mio percorso. Per rivedere i bimbi di Paolo’s Home (o ancora meglio per vederli inseriti a scuola)…per confrontarmi con tutti quelli che con dedizione supportano i bambini del centro ogni giorno…per salutare Joseph e ricordargli di nuovo quanto sia forte e quante cose può fare nella vita…

Non potrei che consigliare un’avventura simile a tutti, non solo per “spostarsi dal nostro piccolo mondo”, da quelle preoccupazioni quotidiane che sembrano insormontabili…Ma perché è un’esperienza che ti apre il cuore e la mente e ti arricchisce profondamente, permettendoti di avvinarti a persone come te, che hanno voglia di imparare, di crescere….di divertirsi!

Perché anche in luoghi così distanti e apparentemente senza speranza c’è chi ha voglia di cambiare le cose e spera ancora in un futuro migliore”.

Veronica Donnini