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La domanda che ho posto a Wolisso. Nicoletta in Etiopia

(La dott.ssa Nicoletta Russo, di ritorno dalla sua prima missione di monitoraggio presso il progetto di Etiopia, dove ha affiancato lo staff dei reparti di salute mentale e di fisioterapia dell’ospedale Saint Luke di Wolisso)

Quando non capisci la lingua di chi ti circonda, hai due scelte.
La prima è farti tradurre ogni parola.
All’inizio ci ho provato: volevo capire quello che i pazienti portavano, cosa stesse dicendo quel familiare, quali fossero i dettagli di quella storia.
Ma sei un ferengi ed è impossibile tradurre tutto ai ferengi. Ci sono parole che in inglese perdono di significato, concetti a cui è impossibile dare forma straniera.
La seconda opzione è rinunciare al linguaggio verbale.
Però puoi starci, puoi stare qui: stai con noi e guarda, ascolta.

Senti.
Quando impari a lasciare andare il bisogno di comprendere ogni parola, il mondo si manifesta attraverso altri canali e ti dà la possibilità di guardare dentro ai suoi interstizi.E’ qui che ho trovato gli occhi fieri e attenti, gli occhi di una donna, quelli di tante donne, silenziose rivoluzionarie, disposte a pagare con la propria vita il prezzo della libertà.
Le parole tentato suicidio non sarebbero certo bastate a tradurre la forza di quegli occhi.

Qui c’è il sorriso sofferente e conquistato di una bambina che si allena ogni giorno, la cui volontà ha superato la prognosi scientifica, perché ora lei cammina.
Nella diagnosi tubercolosi spinale non ci sarebbe stato spazio per quel sorriso. 

Ci sono anche le labbra di una donna anziana, di una mama, che tremano e poi ti baciano le mani in segno di riconoscenza. Anche se non hai fatto niente. Forse perché hai il camice e forse solo perché sei bianco.
Dentro gli interstizi si trova anche la vergogna.
No, disturbo neurocognitivo maggiore non ti avrebbe reso giustizia, cara mama.

Qui ho visto le mani grandi di un uomo che avvolgono suo figlio, lo stringono e quasi lo soffocano. Mani che hanno paura di lasciare andare, paura che in assenza di quella stretta si possa ancora cadere.
Sareste riusciti a leggere la protezione e la paura di quelle mani, se avessi usato solo il termine epilessia?

Gli interstizi di Wolisso sono popolati poi di schiene. Schiene forti di donne che trasportano i loro figli ben oltre l’età consentita. Meticolosamente coperti da sciarpe bianche ed eleganti, per proteggere le loro teste dal sole e i loro volti dagli sguardi di chi ancora pensa che non ci sia posto per loro, in questo mondo.-
Quando si dice disabilità non si pensa mai a quelle schiene. Io non ci avevo mai pensato.

La domanda che ho posto a Wolisso 

Perchè occuparsi di salute mentale in quei luoghi dove ancora si lotta per la sopravvivenza?
E’ questa la domanda che ho posto a Wolisso.
E Wolisso ha risposto così, mostrandosi nei suoi interstizi.
Dicendomi che il sollievo di essere vivi non cancella il bisogno di essere umani.