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Kenya, niente riapertura delle scuole. Lo sguardo di Bruna (13)

Lunedí scorso, 28 settembre, grande era l’aspettativa per il discorso alla nazione del presidente Uhuru Kenyatta sulla situazione relativa alla pandemia da Covid 19 in Kenya. Da lui la gente si aspettava indicazioni sulla riapertura del paese dopo mesi di lockdown, rigoroso all’inizio e poi sempre piú attenuato, ma pur sempre segno di un problema non risolto.

L’impatto della pandemia sulla vita dei keniani e sull’economia del paese è stato drammatico nonostante il fatto che, finora, il numero delle vittime sia stato piuttosto limitato. I morti ufficiali sono per ora poco piú di 700 e i positivi al virus poco piú di 38.500 su una popolazione di circa 47,6 milioni (censimento 2019). Nel paese, peró, si effettuano pochissime migliaia di tamponi al giorno e i risultati sono tutt’altro che tempestivi; é dunque difficile stimare quale sia la reale circolazione del virus .

Debito e perdita dei posti di lavoro
E’ invece molto chiaro l’impatto economico. Secondo dati pubblicati il 9 settembre scorso dal Daily Nation, il quotidiano piú diffuso nel paese, per contrastare la pandemia, il governo si é indebitato per 4,5 miliardi di scellini keniani, Kes, ogni giorno nei primi tre mesi.  Si tratta di una cifra notevole, pari a circa 35,5 milioni di euro al cambio medio di questo periodo, circa 127 Kes per 1 Euro. La richiesta di prestiti a istituzioni finanziarie internazionali era stata calibrata su scenari apocalittici, in cui gli esperti avevano previsto centinaia di migliaia di morti e milioni di contagiati, scenari che per fortuna non si sono verificati. Ma il bilancio del paese risulta cosí appesantito da un debito rilevante che si aggiunge a quello generale, che, all’inizio del contagio, ammontava giá alla cifra preoccupante di 6,2 trilioni di Kes, pari a  poco meno di 49 miliardi di euro.

Oltre alle ripercussioni della pandemia sul bilancio del paese – un debito che i keniani pagheranno salato negli anni futuri – forti sono state quelle sulla vita della gente.  Il lockdown deciso dal governo ha causato la perdita di almeno un milione di posti di lavoro, soprattutto nell’educazione, nel turismo e nel settore informale, oltre alla riduzione delle ore lavorative e del salario in molti altri settori.

Inversione di rotta: dalla città alla campagna
L’impoverimento complessivo della popolazione ha causato un fenomeno sociale imprevisto: un flusso migratorio dalla cittá, da Nairobi in particolare, verso la campagna, precisamente verso il villaggio nativo dove la casa è quella di famiglia, di cui non si paga l’affitto, e il cibo è disponibile coltivando il pezzo di terra che generalmente i keniani possiedono nella loro zona di origine. La decisione di tornare al villaggio ha riguardato molte famiglie che vivevano del lavoro nel settore informale, ma anche giovani ben scolarizzati che hanno perso impieghi ben pagati, ma precari, per cui sono rimasti dall’oggi al domani senza nessun reddito. Il flusso migratorio dalla cittá alla campagna è palpabile, tanto che ognuno conosce almeno una famiglia che si è trasferita, per un lungo periodo e forse definitivamente, al villaggio natale. Tra i bambini seguiti da Paolo’s Home, il nostro centro per la riabilitazione dei minori con disabilitá, almeno 4 mancano all’appello, per ora. Le famiglie hanno venduto le masserizie per poter pagare il biglietto di ritorno al villaggio da cui erano partiti carichi di speranze molti anni fa.

Niente riapertura delle scuole
La gravitá della crisi economica sta alla base della decisione di riaprire quasi completamente il paese, comunicata dal presidente proprio nel discorso di lunedí. Rimane in vigore solo il coprifuoco, ma con un orario  molto ridotto, dalle 11 di sera alle 4 del mattino. Ma l’impossibilitá di valutare davvero la circolazione del virus tra la popolazione ha consigliato di non riaprire ancora le scuole che, per di piú, sono generalmente impreparate a gestire la frequenza in sicurezza degli scolari e degli studenti. Si è trattato di una decisione grave e sofferta, presa per garantire la salute, pur nella consapevolezza dell’impatto negativo non solo sull’educazione ma anche sulle condizioni psicologiche e sulla vita in generale dei bambini e dei ragazzi, tra i gruppi sociali che stanno pagando il prezzo piú alto a causa del virus.

Bruna Sironi, dal 2018 volontaria di Cittadinanza a Nairobi, collabora stabilmente con la rivista Nigrizia e ha alle spalle oltre 20 anni di cooperazione in Africa.